venerdì, 06 giugno 2008

A cosa ha contribuito il maoismo

di Samir Amin

Il marxismo della II Internazionale, proletario-euro-centrico, condivideva con l’ideologia dominante del periodo una visione lineare della storia; un punto di vista secondo il quale tutte le società dovevano attraversare uno stadio di sviluppo capitalistico (stadio i cui semi venivano piantati dal colonialismo, che proprio per questo, era considerato “storicamente positivo”) prima di poter aspirare al socialismo. L’idea che lo “sviluppo” di alcuni (i centri dominanti) e il “sottosviluppo” di altri (le periferie dominate) fossero due facce della stessa medaglia, entrambi espressioni immanenti dell’espansione globale del capitalismo, era completamente estranea alla II Internazionale.
Ma la polarizzazione dovuta alla globalizzazione capitalista, un fatto di enorme rilevanza mondiale in termini politici e sociali, costituisce una sfida per qualsiasi visione storica che potevamo avere su come sorpassare il capitalismo.
Questa polarizzazione è all’origine della possibilità per larghe porzioni di classe lavoratrice e soprattutto per le classi medie dei paesi dominanti (il cui sviluppo è esso stesso favorito dalla posizione dei centri nel sistema mondiale) di andare oltre a un social-colonialismo. Allo stesso tempo trasforma le periferie in “zone di tempesta”(secondo l’espressione cinese) in ribellione permanente e naturale contro l’ordine capitalista mondiale.
Sicuramente ribellione non è sinonimo di rivoluzione. Contemporaneamente non mancano le ragioni, neanche al centro del sistema per rifiutare il modello capitalistico come, fra le altre cose, ha mostrato il 1968. Senza dubbio la formulazione della scommessa avanzata ad un certo punto dal Partito Comunista Cinese (PCC), “la campagna circonda la città”, è troppo schematica per essere utilizzata a livello mondiale.
Una strategia globale per una transizione dal capitalismo verso il socialismo deve definire le relazioni tra le lotte nei centri e quelle nelle periferie del sistema.
All’inizio Lenin prese le distanze dalla teoria dominante della II Internazionale e con successo diresse la rivoluzione nell’anello debole, la Russia, ma sempre pensando che questa rivoluzione sarebbe stata seguita da un’ondata di rivoluzioni socialiste in Europa. Questa speranza fu disattesa; Lenin successivamente si spostò su posizioni che davano più importanza alla trasformazione delle rivolte in rivoluzioni in Oriente. Ma fu compito del PCC sistematizzare questa nuova prospettiva.
La Rivoluzione russa fu condotta da un partito ben radicato nella classe lavoratrice e nell’inteligentsia radicale. L’alleanza con i contadini (rappresentati in primis dal Partito Socialista Rivoluzionario) risultò naturale. La conseguente riforma agraria radicale realizzò il vecchio sogno de contadini russi: divenire proprietari della terre. Ma questo compromesso storico portava con sé i semi dei suoi stessi limiti: il mercato era, per sua stessa natura, destinato, come sempre, a creare una differenziazione crescente all’interno della classe contadina, il famoso fenomeno della “kulakizzazione”.
La rivoluzione cinese, dalle sue origini, o almeno dagli anni ‘30, si dispiegò su altre basi, garantendo una solida alleanza tra contadini poveri e classe media contadina. Contemporaneamente la dimensione nazionale, la guerra di resistenza contro l’invasione giapponese, permise, allo stesso modo, al fronte guidato dai comunisti di reclutare ampiamente presso le classi borghesi, deluse dalla debolezza e dai tradimenti del Kuomintang. In questo modo la rivoluzione cinese produsse una nuova situazione che si differenziava da quella post rivoluzionaria in Russia. La rivoluzione contadina radicale soppresse proprio l’idea della proprietà privata dei terreni agricoli e la rimpiazzò con la garanzia per ogni contadino ad aver ugual diritto di accesso ai terreni agricoli. Per questo, proprio oggi, questo vantaggio decisivo, condiviso da nessun altro paese, oltre al Vietnam, costituisce il maggior ostacolo ad una espansione devastante del capitalismo agrario.
La discussione attuale in Cina è ampiamente centrata su questa questione. Rimando la lettura al capitolo sulla Cina nel mio libro “Pour en monde multipolaire” (Parigi 2005) e al mio articolo “Teoria e pratica del progetto cinese di socialismo di mercato” (Alternative sud, volume 8, n.1 2001). Ma d’altro canto il passaggio di molti nazionalisti borghesi al partito comunista eserciterà necessariamente un’influenza ideologica favorevole al sostegno delle deviazioni di coloro che Mao definì i partigiani del capitalismo.
Il regime post rivoluzionario in Cina non ha avuto solamente a suo credito molte realizzazioni più che significative sul piano economico, materiale, culturale e politico (industrializzazione del paese, radicalizzazione della propria cultura politica moderna ecc.). La Cina maoista risolse il “problema dei contadini”, che fu il cuore del tragico declino dell’Impero cinese per due decisivi secoli (1750-1950). Qui faccio riferimento al mio libro “L’avenir du maoisme”, 1981.
Ciò che fece in più la Cina maoista fu raggiungere questi risultati evitando le tragiche deviazioni dell’Unione Sovietica: la collettivizzazione non fu imposta da una violenza omicida come sotto lo stalinismo, le opposizioni del partito non diedero luogo all’instaurarsi di una politica del terrore (Deng fu estromesso, poi ritornò…), lo scopo del raggiungimento di una impareggiabile uguaglianza relativa nella distribuzione del reddito sia tra contadini e operai, che all’interno delle due classi e fra entrambe e la classe dirigente fu perseguito, ovviamente tra alti e bassi, tenacemente e fu formalizzato dalle scelte di strategia di sviluppo che contrastavano con quelle dell’URSS, queste scelte furono formulate nei “dieci grandi rapporti”, all’inizio degli anni 60.
Sono questi successi che spiegano lo sviluppo successivo della Cina post-maoista dal 1980.
Il contrasto con l’India, precisamente a causa del fatto che l’India non ha avuto una rivoluzione, è di grande significato, non solo rispetto alle diverse traiettorie tra il 1950 e il 1980, ma anche per ciò che caratterizza le diverse prospettive probabili, e/o possibili, per il futuro. Questi successi sono la spiegazione del perché la Cina post maoista, affidando il proprio sviluppo alle “aperture” alla globalizzazione capitalista, è stata in grado di evitare shocks distruttivi simili a quelli che seguirono al collasso dell’URSS. Allo stesso modo i successi del maoismo non sono stabiliti definitivamente, in modo irreversibile così che le prospettive a lungo termine della Cina si potranno strutturare in modo più o meno favorevole nei confronti del socialismo.
Prima di tutto, poiché la strategia di sviluppo del periodo 1950-1980 aveva esaurito il suo potenziale, una apertura anche se controllata era indispensabile (cfr L’avenir du maoisme), una apertura che ha coinvolto come è stato dimostrato in seguito, il rischio di rinforzare le tendenze che spingono verso il capitalismo.
Anche perché il sistema maoista cinese ha unito tendenze contraddittorie, sia verso il rafforzamento che verso l’indebolimento delle scelte socialiste.
Conscio di questa contraddizione Mao cercò di raddrizzare la barra in favore del socialismo attraverso i concetti di rivoluzione culturale dal 1966-1974, e bombardare il quartiere generale, il Comitato Centrale del partito. Mao pensava che per realizzare la rettifica si sarebbe potuto basare sulla “gioventù”, che ispirò ampiamente gli eventi del 1968 in Europa, consideriamo ad esempio il film di Godard “La chinoise”. Il corso degli eventi ha mostrato l’erroneità di questo giudizio. Una volta che la rivoluzione culturale fu lasciata alle spalle, i partigiani del capitalismo furono incoraggiati a proseguire nell’offensiva.
La lotta tra la lunga e difficile via per il socialismo e la scelta capitalista ora in corso non è certamente “definitivamente superata”.
Come ovunque nel mondo il conflitto tra il perseguimento della realizzazione capitalista e della prospettiva socialista costituisce il vero conflitto di civilizzazione della nostra epoca.
Ma in questo conflitto il popolo cinese detiene le risorse maggiori, ereditate dalla rivoluzione e dal maoismo.
Queste risorse sono al lavoro in vari ambiti della vita sociale, per esempio si mettono fortemente in luce nella difesa da parte dei contadini della proprietà statale dei terreni agricoli e nella difesa della garanzia che tutti devono avere accesso ai suddetti terreni.
Il maoismo ha contribuito ad accertare in modo definitivo gli interessi e la sfida rappresentati dall’espansione globalizzata capitalista-imperialista. Ci ha permesso di porre al centro della nostra analisi di questa scommessa il contrasto centro-periferia, parte integrante dell’espansione, imperialista e polarizzante, per sua stessa natura, del “capitalismo reale”; e da questo ci ha permesso di imparare tutte le lezioni che implica per la lotta per il socialismo nei centri dominanti e nelle periferie dominate. Queste conclusioni sono state riassunte in una buona formula in stile cinese: “gli Stati vogliono l’indipendenza, le nazioni vogliano la liberazione e il popolo vuole la rivoluzione”. “Gli Stati, che in tutti i paesi del mondo sono le classi dirigenti ogni volta che rappresentano qualcosa di diverso dai lacchè, cioè cinghie di trasmissione per forze esterne, cercano di espandere la loro capacità di manovra nel sistema mondiale capitalista, e di cambiare la propria posizione da oggetti passivi, destinati a sottomettersi a scelte unilaterali ogni volta che l’imperialismo dominante lo richieda a soggetti attivi, che partecipano alla formazione dell’ordine mondiale.
Le nazioni, che sono i blocchi storici delle classi potenzialmente progressiste, vogliono la liberazione, intesa come sviluppo e modernizzazione. Il popolo che è costituito dalle classi popolari dominate e sfruttate, aspira al socialismo”. Questa formula ci consente di comprendere il mondo reale nella sua complessità e di conseguenza ci consente di formulare strategie efficaci per l’azione. Tutto questo si colloca in una prospettiva di lunga, molto lunga, transizione globale dal capitalismo al socialismo. Questo rompe con la concezione di “transizione breve” della III Internazionale.

Questo saggio è stato preparato per la conferenza di Hong Kong del 9/10/2006: “Il quarantesimo anniversario: ripensare la genealogia e l’eredità della Rivoluzione Culturale” promossa dal Gruppo di studio sulla Cina (http://www.chinastudygroup.org/) Monthly Review e dal Centro di Ricerca Contemporaneo Cinese della città universitaria di Hong Kong.

(traduzione di Lidia Triossi)

Ryukkkk alle ore 14:38
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giovedì, 05 giugno 2008

Cuba dove vai?

Riporto un articolo risalente a qualche anno fa, che parla di Cuba e del suo futuro.


Liberazione


"Nel suo ultimo libro Aldo Garzia, già corrispondente de "il manifesto" da L'Avana, affronta il problema del dopo Castro, mette in evidenza il ruolo del fratello Raul e ricostruisce le posizioni dei vari gruppi dissidenti
Cuba, interrogativi sulla successione a Fidel"

Antonio Moscato

Aldo Garzia, che ha vissuto lunghi periodi all'Avana come corrispondente de il manifesto, e vi torna ogni anno per seguire - tra l'altro - il Festival del cinema latinoamericano, aveva già pubblicato diversi libri su Cuba, tra cui Cuba, viaggio nell'identità di un'isola (Teti, Milano, 1997) e soprattutto C come Cuba, Alla conquista dell'isola del tesoro (Elle U Multimedia, Roma, 2001). Quest'ultimo è un volume di oltre 700 pagine in cui c'erano già riflessioni stimolanti sui maggiori problemi dell'isola, che dovevano però essere ricercate in un mare di informazioni di viaggio, di curiosità e di utilissime divagazioni sulla cultura cubana.
La sua ultima fatica, Cuba, dove vai? (Edizioni Alegre, "I libri di aprile", Roma, 2005) ha un taglio più nettamente politico, anche se l'impostazione generale è quella di una ricostruzione, a volte un po' "giornalistica", di alcuni episodi emblematici degli ultimi quattro o cinque anni. Il tono è pacato, e corrisponde al proposito di "raccontare l'isola senza preconcetti, pro o contro". Alcuni capitoli sono dedicati ai problemi della successione a Fidel (che dato l'enorme accentramento di poteri e di responsabilità nella sua persona, sono abbastanza importanti e delicati, indipendentemente dalle speculazioni che possono fare i "cubanologi"). Garzia si sofferma sull'impatto di due incidenti: la caduta di Fidel mentre scende dal palco a Santa Clara il 20 ottobre 2004, e il malore ripreso in diretta all'Avana il 23 giugno 2001 (ricordati in questa successione da Garzia, che non segue un ordine cronologico). L'episodio di Santa Clara era il meno preoccupante, e in definitiva poteva accadere anche a un giovane, dato che era dovuto a un gradino fuori posto, ma ugualmente provocò un ondata di voci sul significato della "caduta di Fidel", che spinsero il líder máximo a stilare personalmente un bollettino medico, pubblicato il giorno successivo sulla prima pagina del Granma, in cui commentava scherzosamente l'infortunio (provocando però battute ironiche sulla sua tendenza ad accentrare tutto, compresa la funzione di medico…).
Quello del 2001 era un malore relativamente lieve e passeggero. Ma la manifestazione, a cui partecipavano 60.000 persone in un quartiere dell'Avana, era ripresa in diretta, e tutti avevano potuto constatare il panico che aveva invaso i presenti, compresi i massimi dirigenti, in quei momenti drammatici: c'era chi scandiva ritmicamente "Fidel, Fidel", c'erano evidenti incertezze su chi doveva riprendere il microfono per tranquillizzare la folla. Garzia sottolinea che lo fece il giovane ministro degli Esteri Felipe Pérez Roque, e non il vicepresidente del Consiglio di stato Carlos Lage, teoricamente in una posizione più alta nella nomenklatura. Pérez Roque, che era stato per sette anni il segretario di Castro, concluse il brevissimo intervento invitando a sciogliere la manifestazione e lanciando lo slogan: "Viva Raúl! Viva Fidel", che racchiudeva l'evidente indicazione di una successione automatica qualora il Comandante non si fosse ripreso. Ma Castro, a cui era stato intanto somministrato ossigeno, si era già ristabilito ed aveva voluto tornare alla tribuna per tranquillizzare il pubblico, irritandosi perché erano stati già staccati i microfoni.
Anche in questo caso Fidel Castro aveva emesso il giorno successivo un bollettino medico sulla sua pressione arteriosa, e aveva detto in un'intervista a El Pais che «la successione rivoluzionaria è assicurata. Qualcuno potrebbe dire che ho fatto il morto per vedere che tipo di funerale mi faranno…». E successivamente era tornato sull'argomento dichiarando: «Nella popolazione c'è stata commozione di fronte all'evento possibile della mia morte (…). Il giorno che mi succedesse qualcosa, chiedo scusa per il dispiacere che ciò può provocare. Ci penserà mio fratello a far proseguire la rivoluzione».
Da questo parte Aldo Garzia per affrontare senza reticenze i diversi scenari possibili dopo la scomparsa del Comandante (e perché non avrebbe dovuto farlo, se lo stesso Fidel ne parla apertamente?). L'autore esamina tra l'altro le posizioni di quella parte dell'opposizione (a partire dal vecchio Eloy Gutiérrez Menoyo, già combattente della rivoluzione e poi della controrivoluzione, e che ha scontato 22 anni di carcere), che vuole «lavorare per la pace e la riconciliazione nazionale». Uno dei pregi del libro è la ricostruzione delle posizioni dei gruppi dissidenti, spesso in aperta polemica tra loro, e che sono presentati invece da un'intensa propaganda come un blocco unico di "mercenari" al soldo della Cia…
La vera sorpresa è il capitolo dedicato al "rebus Raúl", ricostruito con grande ricchezza di particolari, e decisamente controcorrente rispetto a quei commentatori che hanno sempre collocato Raúl tra i conservatori filostalinisti. Forse, tuttavia, nel tentativo di contrastare un'interpretazione unilaterale, Garzia ha finito per sottovalutare dei fatti concreti. Raúl Castro infatti diede nel marzo 1986 il segnale di una stretta nei confronti delle riviste indipendenti che erano sorte intorno ai Centri studi del comitato centrale del partito, ricollegandole a quella dal nome significativo e simbolico di Pensamiento critico ("Pensiero critico") che era stata soppressa nel 1971, all'inizio del periodo di consolidamento dell'influenza ideologica dell'Urss brezneviana. Raúl aveva denunciato quella bellissima rivista con i termini stalinisti di "diversionista" e "quintacolumnista", senza tener conto minimamente del fatto che i principali redattori erano rimasti in silenzio per quindici anni, ma avevano reso intanto preziosi e delicati servizi alla rivoluzione in diverse parti del mondo (il più noto di loro, Fernando Martínez Heredia, nel Nicaragua, già prima della vittoria sandinista). L'attacco era apparso in questi termini sul Granma suscitando sgomento in chi leggeva, ma non compariva nel discorso di Raúl trasmesso dalla televisione: evidentemente era intervenuta l'unica persona in grado di bloccare il "numero due", cioè Fidel. Naturalmente non si sa se il testo già scritto era stato mandato in stampa senza i tagli per errore, o per volontà di qualcuno che non condivideva quell'attenuazione della polemica.
Le riviste continuarono a uscire e alla loro presentazione parteciparono ostentatamente diversi membri dell'Ufficio Politico, confermando l'esistenza di una dialettica interna al gruppo dirigente che raramente viene allo scoperto (almeno allora comunque Raúl non è stato certo un "rinnovatore").
In ogni caso il libro di Garzia è una guida utile per seguire questa dialettica, che peserà molto più delle doti personali del successore designato.


Da L'Internazionale del 6 ottobre 2005



"Aldo Garzia ripercorre la storia più recente di Cuba: dall'arresto di 75 dissidenti nel 2003, ai rapporti con gli Stati Uniti dopo l'11 settembre, fino alla distensione con l'Unione europea dopo l'elezione di Zapatero. Descrive anche cos'è successo nell'isola dopo la caduta del muro di Berlino, le varie facce della dissidenza, il progetto Varela, i rapporti con i paesi dell'America Latina e i possibili scenari del futuro dopo Castro. Ma il libro, anche se tratta questioni scomode e spesso affrontate sommariamente dalla stampa, ha il limite di ricostruire quasi cinquant'anni di storia in modo frammentario."


EUROPA 17-11-2005

In “Cuba, dove vai?” Aldo Garzia prova a spiegare quello che succederà un attimo dopo la scomparsa del lìder maximo
Perché continua a stare in piedi l’ultimo muro della guerra fredda
di ITALO MORETTI
«Raccontare l’isola senza preconcetti pro o contro», e chiedersi naturalmente cosa succederà a Cuba dopo la morte di Fidel Castro, prospettando tutte le ipotesi sulla carta ma premettendo con onestà che «a questa domanda nessuno sa rispondere».
Col rigore dello storico e la scorrevolezza della scrittura, Aldo Garzia offre col suo ultimo saggio sull’Avana elementi di conoscenza e di riflessione preziosi per quanti intendano documentarsi su una realtà per molti versi anomala e contraddittoria (Cuba, dove vai?, I libri di Aprile, Edizioni Alegre, 12 euro). Quello di Cuba è «un puzzle che riserva sempre delle sorprese». Non ne tennero conto coloro i quali assimilarono quanto accadeva nei paesi del socialismo reale «col socialismo tropicale e nazionalista dell’Avana». Talché, a quindici anni dalla caduta del muro di Berlino, ci si continua a domandare perché l’Avana abbia retto a quel crollo «nonostante i facili profeti dessero per spacciata Cuba già nel 1989, leggendo le statistiche della dipendenza economica dell’isola dai paesi del Comecon che avevano per capitale Mosca».
Le risposte alla domanda sono molte, tutte plausibili ma anche tutte parziali: «La condizione insulare, le peculiarità nazionali della rivoluzione, i tentativi di riforma economica, le anacronistiche forme di pressione degli Stati Uniti e dell’opposizione oltranzista che vive a Miami, il controllo sociale e politico dell’interno». Sono due le isole descritte da Garzia. La Cuba per così dire ufficiale, quella della politica, del confronto tra l’Avana e Washington e dei periodici, talora spietati, ricorsi di Fidel al braccio di ferro. Il più violento, tra i più recenti, nel 2003: la condanna a pene tra i 6 e i 28 anni di carcere inflitta a 78 oppositori e la fucilazione dopo un giudizio sommario di 3 persone che avevano tentato di dirottare un piccolo traghetto.
E la Cuba dei paradossi: della vita quotidiana sempre più difficile del professore universitario, dell’ingegnere, del medico, che guadagna assai meno di un taxista privato o di chi lavora nel turismo; la Cuba dei telefoni, i cellulari che pullulano ancorché cari da mantenere.
E poi ancora la Cuba dell’onnipotente lider maximo, che Bush si propone di abbattere con la serie di misure annunciate nel 2004. Dalle quali l’opposizione interna ha preso le distanze e che la maggioranza della comunità cubana di Miami ha criticato, soprattutto per il taglio sostanzioso delle rimesse e le limitazioni dei viaggi. Anche i cubani più avvertiti diffidano di un dopo Castro immediatamente capitalista. Sostengono che l’ideale consisterebbe «in una società che unisca il meglio del socialismo e il meglio del capitalismo».
Nel frattempo, osserva Aldo Garzia, «il gruppo dirigente della rivoluzione non riesce a delineare il futuro politico di Cuba, il riflesso della conservazione prevale sull’audacia, si preferisce frenare le riforme invece di gestire le nuove contraddizioni sociali e politiche». «Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba», invocava Giovanni Paolo II all’Avana nel 1998, da dove criticò la politica adottata dagli Stati Uniti verso l’isola. Una profezia inascoltata, rileva l’autore, per le responsabilità dell’Avana e anche per le timidezze politiche ed economiche dell’Europa e dell’embargo economico di Washington ». Embargo che il 15 ottobre scorso i capi di stato dell’America Latina hanno condannato nell’incontro avvenuto in Spagna.
Qualcosa però sembra muoversi per il dopo Castro. Considerato l’uomo del Vaticano, autorizzato dal regime a ritirare a Strasburgo e a Washington due importanti premi internazionali, il cattolico Osvaldo Paya è l’autore di una piattaforma programmatica per la transizione, improntata a realismo e moderazione.
Da un dialogo nazionale che veda le forze armate garanti di uno svolgersi equilibrato del processo dovrebbero scaturire la nuova costituzione (dal 2003 quella attuale sancisce l’inviolabilità del carattere socialista dello stato cubano), l’amnistia per i prigionieri politici, un’economia né capitalista né socialista ma capace di coniugare la giustizia sociale con la libertà economica e lo sviluppo sostenibile. Un progetto che coinvolga i cubani dell’isola e quelli di Miami (purché si astengano da vendette e rivendicazioni), le forze armate cubane e il governo degli Stati Uniti, i gruppi cattolici e quelli socialdemocratici.
Quale che sia la prospettiva del dopo, il punto fermo resta che alla morte di Fidel Castro sia il fratello Raul a succedergli per gestire l’emergenza.
Personaggio controverso, Raul, numero due delle gerarchie politica e istituzionale, freddo e cinico secondo taluni, gioviale a parere di altri, a differenza di Fidel comunista fin dal 1953, accanto a Fidel il 26 luglio 1953, giorno dell’assalto alla caserma Moncada di Santiago. Intanto Castro è ancora lì, presidente del consiglio di stato e del consiglio dei ministri, primo segretario del partito comunista, comandante in capo dell’esercito, della marina e dell’aviazione.
Da quando ha preso il potere, alla Casa Bianca si sono succeduti dieci presidenti.
E lui, che non si sa neppure quando sia nato (nel 1926 o nel 1927?), sbeffeggia il potente e più giovane avversario ammonendo che «l’isola deve prepararsi al dopo Bush».

IL MANIFESTO 08 Ottobre 2005

Quel rebus all'Avana di difficile soluzione
«Cuba dove vai?» di Aldo Garzia. Dalle aperture di Fidel Castro alle provocazioni degli Usa, dalle condanne a morte degli oppositori alla speranza nei cambiamenti politici avvenuti in America Latina
LUCIANA CASTELLINA
Il rebus Cuba - la continua altalena fra atti e fatti che indicano aperture e altrettanti di segno assolutamente opposto - travaglia il cuore di ogni militante di sinistra che fatica a capire il senso di quanto accade nell'isola. «Cuba fa male», aveva scritto Eduardo Galeano subito dopo, nella primavera del 2003, la condanna a morte di tre dirottatori e l'arresto di 75 dissidenti. E subito dopo aveva aggiunto: «Cuba ci fa male», per confessare che quell'isola che continua ad essere, nel bene e nel male, socialista, contro tutto e tutti, ci sta nel cuore e ogni incomprensione è una ferita sanguinosa. Il libro di Aldo Garzia, Cuba dove vai? (edizioni Alegre, pp. 166, ? 12), è tutto attorno a questo tormento e al vero e proprio dilemma che rappresenta la tenuta di Fidel Castro e del suo governo a 15 anni di distanza dalla dissoluzione del blocco sovietico e dalla trasformazione radicale del comunismo asiatico. Che smentisce le previsioni di tutti i politologhi del mondo che ogni anno prevedono la fine di questo esperimento, nato anomalo nel 1959 e sempre più anomalo nel terzo millennio.

La statua di Lennon

Il libro di Garzia non è comunque fatto di stati d'animo: è la ricostruzione attenta di quanto è accaduto negli ultimi cinque anni, forse i più contraddittori di questa vicenda. Uno strumento utilissimo per ragionare più lucidamente su Cuba. Fornita da un autore che Cuba la conosce benissimo e ora la guarda con la necessaria distanza che gli viene dal suo più recente amore per la Svezia, e in particolare per Ingmar Bergman, cui ha dedicato il suo ultimo libro.

Il racconto di Garzia parte dagli esiti positivi del 2005: l'iniziativa di Zapâtero che porta alla scarcerazione di molti prigionieri politici e alla successiva sospensione delle sanzioni europee. Ma poi ripercorre a ritroso lo schizofrenico succedersi dei fatti degli anni immediatamente precedenti. Le inattese aperture: la visita di Jimmy Carter, il suo discorso critico all'Università dell'Avana trasmesso in diretta da tutte le Tv e le radio del paese e pubblicato integralmente su Gramma; la conferenza sull'immigrazione presenti 400 delegati della diaspora cubana, la metà proveniente dagli Stati uniti, cui vengono concessi permessi, borse di studio per i figli, il diritto di tornare a godersi la pensione in patria; l'autorizzazione al dissidente più importante, Oscar Pajà, di andare a Strasburgo per ricevere il premio Sakarov conferitogli dal parlamento europeo; assai maggiore libertà di viaggiare per i cubani; la visita del Papa; la spettacolare inaugurazione in una grande piazza della capitale stracolma di ragazzi, del monumento dedicato a John Lennon, Fidel presente e quasi autocritico per non aver capito subito e a pieno la valenza rivoluzionaria della generazione dei Beatles, «migliaia di sognatori anticonformisti», titolerà il giorno dopo Juventud Rebelde.

E però intanto il rifiuto del referendum sulle riforme democratiche (il progetto Varala) e anzi l'introduzione nella Costituzione di una ancor più rigida norma a tutela dell'irreversibilità del carattere socialista del paese, votata da una «bulgara» maggioranza del 97 per cento. E poi gli arresti, le condanne a morte, le improvvise sanguinose rotture con paesi che pure si sono differenziati sia pure timidamente da Washington.

Gli stati canaglia

Ma come anche Amnesty, che pure denuncia l'esistenza di 600 prigionieri politici, ammette, non si può giudicare Cuba senza tener conto delle tensioni determinate dalle posizioni americane, ben oltre al secolare embargo, gli atti più recenti: Condoleza Rice che nell'assumere il suo incarico di segretario di stato annovera Cuba fra gli «stati canaglia», uguale, dice, all'Iraq di Saddam e all'Afganistan dei Talebani; le provocazioni che nessuno stato accetterebbe da un rappresentante diplomatico, quelle di Jame Casey, semi-ambasciatore degli Stati uniti all'Avana; le 450 pagine preparate dalla Casa Bianca per l'auspicata transizione democratica che prevede la restituzione di appartamenti, fabbriche, terre e miniere a suo tempo nazionalizzate e il divieto per il Pc cubano di presentare candidati alle elezioni che dovranno tenersi nella Cuba finalmente «liberata» (come l'Iraq?); e, infine, le carte della Cia, rese pubbliche dopo l'89, che documentano ben 637 tentativi di assassinio di Fidel, una media di uno al mese, via avvelenamento del sigaro o del cibo o bombe. (Assai generosa appare alla luce di questi documenti ufficiali il costante rifiuto di Castro di equiparare terrorismo e terrorismo di stato).

Resta l'interrogativo: come ha potuto sopravvivere il regime cubano, dopo che il crollo del blocco sovietico aveva portato al tracollo della sua economia che dai commerci con quei paesi dipendeva per l'80 per cento? E che per via di quella rottura potrà ritrovare il livello di vita degli anni `80 soltanto nel 2014? Come è possibile che, nonostante le repressioni, la cultura fiorisca in tutti i campi, nella letteratura, nel cinema, nella musica, nelle scienze, frutto di una organizzazione di base della scuola che ha rari paralleli? La spiegazione non può essere quella del regime di polizia. Cuba, con tutti i suoi difetti, non è la Rumenia di Ceasescu, fa ridere il documento della Casa Bianca che programma, dopo l'aspirato rovesciamento di Fidel, la vaccinazione di tutti i bambini cubani, ignorando che il suo sistema sanitario è di gran lunga superiore a quello degli stessi Stati uniti.

Un generale nel labirinto

Aldo Garzia non trae conclusioni, non giudica. Documenta le difficoltà, elenca i problemi, spiega le resistenze dell'Avana verso qualsiasi apertura al mercato che potrebbe liberare l'economia paralizzata dalla soffocante gabbia burocratica che l'imprigiona, perché introdurrebbe fatalmente meccanismi di differenziazione sociale che sono tutt'ora base del consenso che c'è. E' un fatto che chi pensava - annota Garzia - di aver letto nel libro di Garzia Marquez, «Il generale nel labirinto», dedicato agli ultimi tristissimi giorni di Simon Bolivar isolato e sconfitto, la vicenda di Fidel, è con un Fidel più brillante e ironico che mai; e anche più forte per via dei mutamenti politici intervenuti in America Latina e per il protagonismo nel continente della Cina, tutti fattori che hanno ridotto lo strapotere di Washington nell'emisfero.

Ogni previsione sul futuro di Cuba è destituita di fondamento, conclude Garzia. Ma è un fatto che Cuba è lì, ancora parte dell'immaginario eroico dei popoli del suo continente e non solo. Forse anche per via della spavalderia del suo leader che a Oliver Stone spiega così la sua strategia. «Se nuotando incontri il barracuda se hai paura e cerchi di raggiungere la riva, sei spacciato. Al contrario, se lo fissi negli occhi, l'uccisore se ne va. Come con i cani». E poi aggiunge divertito: «Con questo non voglio certo paragonare il presidente degli Stati uniti ad un cane».

L'Espresso 28 dicembre 2005 di Gianni Vattimo

Nonostante tutta la propaganda nordamericana, certo aiutata da errori ed eccessi del regime, il 'totalitarismo' di Cuba resta per molti aspetti un enigma; chi ha amici cubani, anche scontenti delle condizioni della loro isola, non ha l'impressione di aver da fare con vittime di un'oppressione intollerabile.

Sarà il clima, la musica, il ricordo della ben peggiore dittatura di Batista; o anche il timore di che cosa potrebbe succedere quando il regime cadesse, per cause 'naturali' o per ragioni politiche. Un po' di tutti questi sentimenti contrastanti suscita la lettura dell'ultimo bel libro di Aldo Garzia, uno dei giornalisti italiani più esperti della realtà cubana.

Garzia è certo un amico della Cuba di Castro, ma non al punto da non vedere il problema delle libertà civili che il regime castrista, nelle sue varie evoluzioni, ha continuato a non affrontare. La longevità del regime cubano è un record, come quella personale di Castro e della sua fortuna, che gli ha fatto superare indenne i 637 attentati subiti dal 1959.

Cuba sopravvive del resto al lunghissimo embargo impostole dagli Stati Uniti. L'isolamento, anche se ormai molto allentato, è la causa più grave di un certo immobilismo del regime, che ha dovuto appoggiarsi per molti anni al sostegno sovietico senza poter sviluppare un proprio originale socialismo - il sogno di Guevara finito con la sua morte; che ora forse può riprendere vigore con l'amicizia (e i petrodollari) di Chavez.

Ryukkkk alle ore 21:42
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domenica, 01 giugno 2008

Lo sterminio dimenticato dei nativi canadesi

Ecco chi sono i portatori di civiltà e sviluppo:

Dal blog di trotzkij


Il governo canadese e la chiesa non sono mai usciti allo scoperto né ammesso quello che hanno fatto, con l'uccisione di milioni di persone «Unrepentant: Kevin Annett e il genocidio del Canada», un documentario di 105 minuti a firma di Louie Lawless, che racconta gli abusi avvenuti durante il dopoguerra nelle «scuole residenziali» su centinaia di migliaia di aborigeni
«È necessario che il mondo sappia quello che è successo». Con queste parole, pronunciate tra le lacrime da una nativa canadese, si apre Unrepentant: Kevin Annett e il genocidio del Canada, documentario di 105 minuti a firma di Louie Lawless, veterano di Hollywood e residente a Vancouver Island. Il documentario racconta i raccapriccianti abusi subiti dai nativi canadesi nella seconda metà del XX secolo, nelle cosiddette «scuole residenziali», dove in centinaia di migliaia di aborigeni sono stati rinchiusi, dopo essere stati rapiti alle famiglie, e costretti a parlare solo inglese, a dimenticare la propria cultura e a professare la religione cristiana e cattolica. Qui avrebbero subito violenze fisiche e sessuali, elettroshock, sterilizzazioni e, in molti casi, la morte.
È stato il regista a contattare Kevin Annett, con cui ha scritto e prodotto il documentario. Insieme hanno poi deciso che Annett avrebbe fatto parte integrante del film, per fare identificare meglio i canadesi. Si tratta di un documentario low budget, dal costo inferiore ai 2000 dollari, ricchissimo di testimonianze, realizzato in un anno e mezzo con montaggio al computer. Racconta la storia di Kevin Annett, cacciato dalla United Church di cui era ministro e lasciato dalla moglie dopo aver perso il lavoro, per aver sostenuto la causa degli indiani nativi del Canada. L'ex reverendo, autore del libro Hidden from History: The Canadian Holocaust (Nascosto dalla storia: l'olocausto canadese) e diversi sopravvissuti tra i nativi, raccontano gli abusi subiti fino alla chiusura di queste scuole, cominciata nel 1969 e finita solo all'inizio degli anni Novanta. Secondo Annett, la responsabilità è del governo e della chiesa, compresa quella cattolica, che non hanno mai ammesso finora pubblicamente quello che è successo. Il film ha ricevuto numerosi premi, al New York Independent Film and Video Festival nel 2006 e come miglior documentario al Los Angeles Independent Film Festival nel marzo 2007, circola su internet ed è stato distribuito in dvd.
Nei giorni scorsi, il primo ministro canadese Stephen Harper ha annunciato che farà le scuse ufficiali del governo ai nativi il prossimo 11 giugno, nell'ambito del suo discorso dal trono, che si fa in Canada ogni anno per la chiusura dell'anno parlamentare. Dallo scorso settembre, quasi 2 miliardi di dollari sono stati già distribuiti a oltre 64mila nativi sopravvissuti agli abusi. Hanno chiesto il compenso in oltre 92mila, rivendicando di aver subito danni mostruosi in una delle 132 scuole residenziali aperte in Canada nel secolo scorso. Le scuse dovrebbero seguire la creazione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che verrà inaugurata il 1 giugno.
Tutto questo è avvenuto a quasi due anni dalla produzione del film, in cui Annett parla di genocidio e di olocausto. «Nella storia non si ricorda niente del genere - afferma l'autore, originario della provincia canadese dell'Alberta, raggiunto telefonicamente nella sua abitazione di Vancouver, in British Columbia - solo nella West Cost canadese c'erano 2 milioni circa di nativi, ne sono stati uccisi tra il 95 e il 99 percento. In tutto il Nordamerica ne sono morti circa 10 milioni, una cifra inaudita, oggi sono solo 20mila i nativi rimasti».
A febbraio Kevin Annett e la sua organizzazione, Hidden from History  hanno spedito una lettera a papa Benedetto XVI, chiedendo aiuto per identificare dove siano stati sepolti migliaia di bambini. «Secondo noi - sostiene Annett - la chiesa cattolica dovrebbe avere le documentazioni dei luoghi di sepoltura. Ma ancora non abbiamo ricevuto nessuna risposta. Anche per questo voglio venire in Italia».
Annett sarà a Roma a settembre, sostiene, dove vuole anche tenere una veglia di fronte al Vaticano in memoria dei bambini morti nelle scuole indiane cattoliche in Canada. Di lui, Noam Chomsky ha detto che merita il premio Nobel per la pace più di molti tra coloro che lo hanno ricevuto in passato.

Mister Annett, per sostenere questa causa, lei è stato licenziato dal suo posto come ministro di Dio nella United Church, che nel film racconta ha offerto a sua moglie di pagarle il divorzio, quindi ha perso anche la sua famiglia, perché lo ha fatto?
All'inizio è stato un dovere, perché ero un ministro di Dio. Poi una cosa ha portato all'altra e mi sono reso conto che il problema diventava di sempre maggiore portata e più urgente. Ho assistito a numerosi funerali di persone che si erano uccise per quello che era successo. Volevo trovare un modo per aiutare i sopravvissuti e le loro famiglie. Il fatto che ho perso la mia famiglia mi ha aiutato a capire di più la loro situazione, cosa era accaduto e come per loro non fosse più possibile avere una vita «normale».

Di cosa si occupa ora?
Faccio molto lavoro nella comunità, consulenze ai nativi, parlo pubblicamente del problema e organizzo workshop nelle scuole per aiutare queste persone a guarire dalle terribili ferite fisiche e morali che hanno subito, faccio ricerche, aiuto come posso, per tutto il Canada. Sto anche lavorando a un altro libro e a un nuovo documentario, entrambi proseguimento dei primi. Saranno sulle condizioni di oggi nel mondo dei nativi. Perché il tasso di morte è ancora molto alto. Circa 500 donne sono scomparse negli ultimi 15 anni a Vancouver e in tutta la BC, quasi tutte native.

Cosa ne pensa delle scuse del primo ministro Harper ai nativi? E del denaro pagato loro come compenso per i danni subiti?
Non è abbastanza. È come dire, non volevamo farlo, non abbiamo colpa. Se veramente il governo e la chiesa volessero fare qualcosa, avrebbero aperto un'inchiesta e individuato cosa sia veramente successo. Gli indennizzi economici che sono stati dati non sono serviti a niente. Molti di quelli che li hanno ricevuti li hanno spesi in droga e alcol, i problemi più diffusi tra le First Nations. E sono morti persino prima. Il governo canadese e la chiesa non sono mai usciti allo scoperto per ammettere veramente quello che hanno fatto.

Che dovrebbero fare chiesa e governo, secondo lei?
Prima di tutto dovrebbero non solo riconoscere che c'è stato un crimine, ma anche aprire un'inchiesta seria. Perché questo dovrebbe essere considerato diversamente da altri crimini? Trattano il problema come se qualcun altro fosse colpevole, non loro. Noi aspettiamo che le Nazioni Unite prendano una posizione, cosa che non è ancora accaduta. Abbiamo mandato materiale e informazioni già dieci anni fa, comprese prove della sterilizzazione delle donne e delle morti, ma non hanno fatto niente.

Se potesse tornare indietro o se la United Church la riaccettasse, tornerebbe con loro?
No, perché non vorrei essere associato con una chiesa che non solo ha fatto tutto questo, ma neanche lo vuole confessare e ha continuato a negare e a seppellire la verità per tutti questi anni.

Perché lo hanno fatto, secondo lei?
Per prendersi la terra. Il governo voleva occupare il Paese e controllare chi già si trovava qui.

Che potrebbero fare oggi i nativi per recuperare la loro identità e la loro cultura?
È un'operazione molto, molto difficile. La percentuale di morti tra gli indiani è 15 volte più alta dei canadesi non aborigeni. Inoltre, c'è una grande pressione per imparare l'inglese e integrarsi.

Cosa ne pensa del fatto che il film verrà visto in Italia?
Di recente un paio di persone nel Parlamento europeo hanno sollevato il problema, a quanto mi è stato riferito. È incoraggiante. Ad agosto e settembre io sarò in Europa e parlerò del film. A settembre sarò in Italia, Inghilterra sicuramente.

Ha paura per la sua vita?
A volte. Può succedere. Ma penso che più parlo pubblicamente e più mi espongo e meno rischi corro. Io non ho paura.

Daniela Sanzone ilmanifesto.it   29.05.08

Ryukkkk alle ore 18:24
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sabato, 31 maggio 2008

Risposte razionali a opinioni irrazionali parte2

Scrive reginadistracci (in neretto) e sotto le mie risposte:

"Ti è giunta notizia del fatto che gli Usa ci hanno liberato dal nazifascismo? Ti è giunta notizia che, se non stavamo sotto l’ombrello nucleare del grande-grande-grande Ronnie Reagan, adesso saremmo allo stesso tempo rossi e morti? Ma và a magnà er sapone, come si dice a Roma. Secondo il principio del rasoio di Occam, dato un certo fenomeno, la spiegazione più semplice è quasi sempre quella vera. Nel nostro caso, è più semplice che gli americani abbiano sostenuto Saddam  nei decenni scorsi per trovare oggi il pretesto di attaccarlo, oppure che lo abbiano sostenuto semplicemente perché non capivano che Saddam non era per niente un laico, ma era un fondamentalista islamico pronto a pugnalarli alle spalle? La seconda.  Oltretutto l'Iraq gli americani lo hanno invaso male, e adesso il paese è in mano a bande di terroristi. Evidentemente, gli americani non sono abbastanza bravi a fare i loro interessi . "

Ma cosa diamine dici? Mi sa che hai bisogno di un bel ripasso di storia, oppure la parrocchia di cui fai parte, in nome di antichi splendori, te lo vieta?
La spartizione dell'Europa da parte di occidentali e russi era stata decisa già molto tempo prima della fine della guerra, quando poi tutto venne ufficializzato alla conferenza di Yalta, dove, se non ufficialmente, ma praticamente, cominciò la guerra fredda e si decisero le sorti dell'Europa. Noi anche per questioni geografiche saremmo stati, in ogni caso, sotto l'influenza anglo-americana, chi ce li portava i russi fino a noi, quando il loro obiettivo primario era Berlino?
Poi ti ricordo, visto che sei troppo, come dire, "smemorata", che i sovietici sacrificarono circa 30 milioni di persone per contrastare prima e annientare poi l'avanzata nazista nell'est europeo, in quello che fù sicuramente il fronte della guerra più duro e dove si consumarono le peggiori atrocità. La spiegazione più semplice la rifiuti perchè è la verità, in nome di Stalin o no sono morti milioni di esseri umani a est per respingere il nazismo, che ti piaccia o no è così.
Per quanto riguarda Saddam hai detto un mucchio di stronzate una dietro l'altra. Saddam era laico, infatti non solo non aveva nessun legame con il fondamentalismo islamico, come hanno accertato pure le indagini fatte dagli americani stessi dopo la sua caduta, ma addirittura la sua dittatura lo combatteva aspramente, in Iraq. Infatti Saddam non era visto particolarmente bene dalla comunità araba, sia moderata che fondamentalista. Solo i palestinesi intrattenevano rapporti più o meno stretti con l'Iraq di Saddam, perchè li entravano in gioco strategie geopolitiche particolarmente delicate, per cui gli iracheni avevano tutto l'interesse ad appoggiare Arafat in funzione anti-israeliana. Gli americani tutto questo lo sapevano bene, ma fin quando non dava fastidio o serviva a combattere i fondamentalisti iraniani, tutto andava bene. Ma si sa, i dittatori sono imprevedibili. Nonostante questo lo hanno ricattato per altri 15 anni circa lasciandolo in agonia insieme a tutti gli iracheni, che non solo non avevano nessuna arma di distruzione di massa, ma non avevano neppure gli occhi per piangere delle loro disgrazie.
Sai come si dice invece dalle mie parti? Ma o'caca tu e cu non tu dici!



"Gli americani non hanno sbagliato ad attaccare l'Iraq, ma hanno sbagliato a non attaccarlo con sufficiente forza. Soprattutto, hanno fatto l'errore di concedere subito la libertà e l'autonomia a quel popolo, che non era pronto alla democrazia e adesso è in balia dei terroristi. Bisognava fare come in Giappone dopo la guerra: governo d'occupazione duro. In Giappone il generale McArthur represse col pungno di ferro l'opposizione. Chiunque mostrava simpatie per la dottrina Shinto, alla base dell'imperialismo giapponese, veniva perseguitato"

Bene, per più duro cosa si intende? Dovevano ammazzare, perseguitare e torturare più di come hanno fatto fino ad adesso? No voglio capire. Poi magari sarebbe interessante sapere quale sarebbe questa libertà e questa autonomia che ha l'Iraq, visto che il governo fantoccio, de facto, è un burattino degli anglo-americani, non rappresenta mica la volontà vera degli iracheni, rappresenta numericamente solo le etnie, il che non vuol dire una mazza, visto il livello di scontro politico e militare all'interno delle stesse entie principali. Il paragone con il Giappone post-bellico è alquanto ridicolo, visto che il Giappone al momento della sconfitta era comunque una grande potenza militare (cosa che non si può certo dire dell'Iraq), e all'interno non aveva i problemi di convivenza tra diverse etnie come l'Iraq, visto che i giapponesi sono ed erano un popolo pressocchè omogeneo etnicamente, e scusa se è poco! Senza contare che il Giappone, dopo la sua sconfitta, era isolato politicamente a livello regionale, per ovvi motivi coloniali. Invece l'Iraq ha ricevuto, dall'esterno, il supporto dei fondamentalisti. Il paragone è improponibile, così come lo potrebbe essere pure quello con la Germania post-nazista.



"Quando se ne sono andati via, i giapponesi hanno scritto sulla costituzione di rupudiare la guerra e di amare la pace."

Non hanno ripulito un bel nulla, infatti il popolo giapponese è uno dei popoli più nazionalisti che ci possano essere al mondo. Sono usciti da una dittatura, ma si può star certi che di sicuro non hanno dimenticato nè il loro passato di potenza coloniale, ne tantomeno nascondono un sotterraneo fastidio verso gli americani, anche in ricordo dei due "confetti" che gli hanno sganciato sopra la capoccia. Gli americani hanno imposto con la forza il loro modello socio-economico (alla faccia della volontà dei popoli e della democrazia da esportazione, vero?), ma di sicuro non hanno cancellato il sentimento e l'orgoglio nazionale che è insito, storicamente, nei giapponesi.



"Gli stessi giapponesi che alcuni anni prima avevano compiuto degli immani massacri in Corea e in Cina, adesso parlavano di pace!"

Ma dove l'hai letta questa favola, su Comunione&Liberazione? In Cina, ma anche in Corea del Sud è radicato un forte risentimento anti-giapponese, a tal punto che il governo coreano, qualche anno fà, dovette lanciare una campagna di sensibilizzazione nelle scuole di tutto il paese a causa di episodi di "razzismo" e violenza nei confronti di cittadini e attività commerciali giapponesi. Episodi analoghi si sono verificati in Cina e nello stesso Giappone a parti invertite. Senza contare che per oltre 50 anni i rapporti diplomatici tra Cina e Giappone sono stati tutt'altro che distesi, anzi caratterizzati da forti tensioni. Un conto sono le parole, un altro sono i fatti.



"Lo stesso gli americani avrebbero dovuto fare in Vietnam. Se fossi americana, non perdonerei mai al presidente Kennedy di avere mandato al macello nella giungla vietnamita tanti giovani americani. Kennedy, infatti, ha scelto la via sbagliata dell'invasione "soft", basata sulla fanteria. Invece bisognava procedere fin dall'inizio degli attacchi aerei duri e violenti sul Vietnam già occupato dai vietkong, al fine di sbarrare loro la strada verso il pacifico e democratico Vietnam del sud. Alla fine, bisognava imporre un governo di occupazione. Invece che hanno fatto gli americani? Prima hanno fatto morire migliaia di loro giovani, poi finalmente hanno deciso di porre fine alla guerra con degli attacchi aerei duri, e poi se ne sono tornati a casa, convinti che ormai il Vietnam del sud fosse al sicuro. E  come è andata a finire? Che nel 1975 tutto il Vietnam se lo sono mangiato i comunisti, e  i vietnamiti stanno ancora piangendo. E fuggono con le zattere dal loro paradiso comunista."

Nel pacifico Vietnam del Sud vi era un dittatore, tra l'altro neppure molto amato dal popolo, come dimostra l'appoggio di molti sudvietnamiti ai vietcong. Detto questo a quanto ho capito volevi altre migliaia anzi milioni di morti da immolare in nome del capitalismo e della gloria degli USA giusto? Volevi altri rastrellamenti, massacri a suon di bombardamenti e napalm, bambini e intere famiglie trucidate, solo perchè i vientamiti volevano costruire una società diversa? Ho rispetto delle vittime, anche americane, che hanno perso la vita combattendo quella guerra...ma quando leggo certi pensieri o ragionamenti così sconclusionati ai limiti dell'intolleranza intellettuale e della xenofobia di pensiero non posso che dire una cosa...sono contento che i vietcong abbiano preso e allontanato a calci nel culo gli imperialisti americani!
E di una cosa sono certo...in Vietnam nessuno piange, grazie al comunismo non sono diventati uno stato tritacarne da sacrificare all'altare del neo-colonialismo economico.



"i satrapi arabi usano i petrodollari per finanziare la guerra all’Occidente, quindi continuare a comprare il petrolio da loro è una politica suicida. Se poi a te il petrolio ti fa tanto schifo, per favore spegni il computer e vai ad abitare nelle caverne, insieme ai tuoi amici comunisti, e lì magari riuscirete a fare la società perfetta, prima di ammazzarvi fra di voi in epurazioni successive."

Lo abbiamo detto e l'ho ripetuto, quindi l'occidente ha bisogno del petrolio e i terroristi dei soldi e allora? Hai scoperto l'acqua calda per caso? Poi magari spiegami dove ho scritto che mi fa schifo il petrolio, casomai mi fa schifo il modo in cui viene commercializzato. E non darti tante aria da saputella dei miei maroni, perchè se era per i cattolici a quest'ora altro che petrolio, stavamo ancora nelle capanne di fango e terra a leggere le stronzate della bibbia e le teorie papiste, come la Terra al centro dell'universo (per fortuna che sono esistiti "eretici" come Galileo, che hanno cominciato a sputtanare e a ridimensionare il pensiero cattolico-papista).



"Per inciso, secondo molti analisti un attacco nucleare all’Europa e agli Stati Uniti è inevitabile, il problema non è se ma quando. Lewis lo ha detto: i terroristi vogliono la fine del mondo per volare in paradiso dalle settantadue vergini. Quindi la scelta sensata è una sola: attaccare militarmente le centrali del terrorismo (Iran e Arabia Saudita)."

Lewis può dire quello che cazzo vuole, lo sappiamo come sono bravi i tuoi amici a manipolare le notizie tramite bombardamenti mediatici di massa per uniformare tutti al pensiero unico. Anche l'Iraq aveva terribili armi di distruzione di massa...infatti le abbiamo viste tutte questa famose armi. I terroristi vogliono la fine dei privilegi e del giogo occidentali, anche quì hai scoperto l'acqua calda tu insieme a Lewis, ma resta il fatto di come e in che modo possono e intendono farlo.
Ah..poi devo darti una brutta notizia: la dinastia Saudita è amica fraterna di Bush & co, quindi difficilmente il buon texano dal cuore d'oro muoverà guerra ai suoi amici storici, anche perchè ufficialmente l'Arabia non è uno stato che appoggia o da rifugio ai terroristi, si dovrebbe inventare una balla molto credibile per farlo. Ma non è detto che non lo faccia sia chiaro...da Bush o dai suoi seguaci ci si può attendere di tutto.
Ma ti piace così tanto la guerra? Ma perchè non ci vai tu a spaccarti il culo al fronte, a sputare lacrime e sangue, invece di ululare stando seduta dietro una comoda scrivania?
Mi hai deluso...io pensavo che quelli brutti e cattivi eravamo noi comunisti...



" Ammazza, ma tu vivi proprio nel mondo virtuale!"

Non confonderti, ti prego! Anche perchè questo concetto, espresso da qualcuno che sembra vivere in uno spot pubblicitario di mediaset o sembra uscito da un versetto del Vangelo secondo Luca, suona un pò ridicolo.



"I coloni europei hanno portato infrastrutture, istruzione e valori umani. Vuoi una sola prova? L’India è oggi un paese in fortissima crescita proprio perché la classe dirigente indiana è composta di anglofili che hanno studiato ad Oxford"

L'India è un paese in fortissima crescita grazie all'indipendenza, prima di tutto. Poi è indubbio che il colonialismo ha portato qualche beneficio a qualche popolo in particolare, ma nella maggioranza dei casi il colonialismo è stato interpretato dalle potenze occidentali come politica di sfruttamento delle risorse, come la dominazione spagnola del Sud America, che ha cancellato interi popoli ed etnie, e civiltà progredite e avanzate. O peggio in Africa, dove gli effetti del colonialismo del '900 sono ancora la principale causa delle guerre etnico-religiose che insanguinano il continente. Detto questo non farmi la manfrina dei portatori di valori umani, perchè è fastidioso e pure imbarazzante. I valori umani non sono prerogativa o esclusiva degli occidentali, ogni popolo ha la sua dignità e i suoi valori, anche i popoli semi-primitivi, e visto che nella storia moderna i bianchi e gli occidentali hanno scatenato le più imponenti carneficine, la teoria della presunta superiorità di valori cade miseramente.
Dai un'occhiata a "A un passo dalla forca" di Angelo Del Boca, oppure a "La condizione postcoloniale. Storia e politica del mondo globale" di Sandro Mezzadra, oppure ancora "La nobiltà della pelle" di Gregoire Henri, un libro del 1826.



"L'educazione occidentale li ha fatti uscire dalle sabbie mobili di una cultura arretrata che non rispetta i diritti umani, che prevede i sacrifici umani (tuttora praticati di nascosto) e il rogo delle vedove"

Ah ma davvero? Sei sicura che tutti i popoli stanno meglio grazie al capitalismo, anche quelli che grazie ad esso rischiano di scomparire? E poi dimmi una cosa, chi sarebbero questi portatori di civiltà e diritti, sono stati per caso gli inquisitori al soldo dei papi che perseguitavano e bruciavano sul rogo coloro che interpretavano diversamente le sacre scritture? Oppure sono stati per caso quelli che si sono resi protagonisti di immani massacri nei confronti dei protestanti, dei cristiani ortodossi e di tutte le minoranze cristiane o nei confronti dei musulmani o degli ebrei in Europa? Oppure sono stati quelli che con la forza hanno costretto interi popoli alla conversione?
Ti prego, risparmiami il sermone!



"E veniamo allo schiavismo. Lo schiavismo appartiene a tutte le  civiltà tranne che alla civiltà cristiana. Lo schiavismo anglosassone nell’Ottocento è stato una penosa eccezione all'interno dell'Occidente. Una eccezione però subito rimossa con la guerra di secessione."

Balle colossali, gli storici hanno appurato, tramite accurate riscostruzioni storiche, che lo schiavismo esisteva eccome nella civiltà cristiana. Paradossalmente lo schivismo diventò una pratica diffusa e accettata con l'avvento della storia moderna, visto che le conquiste coloniali spinsero le potenze, tutte, chi più chi meno, a considerare lo schiavismo come una risorsa indispensabile. Circa 350 anni di schiavismo non lo considererei una casuale eccezione.


"I “servi della gleba” medievali erano uomini liberi"

Balle. I servi della gleba erano degli autentici schiavi, ne più e ne meno. Dovevano, obbligatoriamente, senza possibilità di arbitrio, coltivare la terra assegnata loro dai padroni, ed erano obbligati a determinate prestazioni di lavoro. Erano servi per nascita e non potevano sottrarsi a questa condizione. I signori non potevano decidere, ufficialmente, della loro vita, ma nella realtà capitava spesso il contrario. Gli stessi papi, che ufficialmente si opponevano a tali pratiche schiaviste, durante il rinascimento, alcuni, facevano uso di schiavi "personali" e lo stesso Bloch afferma che la schiavitù, in pratica, non è mai scomparsa. Se questi per te sono uomini liberi...allegria!



"Ma non sai neanche questo! Non sai che tutti i brevetti dell’Urss, come si è scoperto dopo il ’90, erano scopiazzature di brevetti occidentali! Anche la tecnologia atomica i russi l’hanno rubata agli Usa, tramite le due spie Rosemberg (che fossero spie non lo nega più nessuno). Dove non c’è libertà e felicità, come nell’Urss, la gente non ha la voglia di lavorare e neppure ll capacità di inventarsi qualcosa di nuovo."

Tutti copiati? In pratica i sovietici, secondo quanto dici tu, erano degli autentici imbecilli. Detto che il fatto che tutti i brevetti sovietici erano scopiazzati è assolutamente falso, anche perchè dall'altra parte facevano altrettanto, visto che la guerra fredda si combatteva su due fronti e non su uno solo, come vorresti far credere, ingenuamente, tu. Se vogliamo dirla tutta pure gli americani "scopiazzarono" la tecnologia atomica dagli scienziati tedeschi, che erano molto più avanti nella ricerca in quel periodo, solo che furono costretti alla fuga dal regime clerico-nazista hitleriano. In realtà i sovietici avevano ottimi fisici, chimici, scienziati, astronomi e altre personalità di livello mondiale. Nel 1957 lanciarono il primo satellite artificile intorno alla Terra, lo Sputnik e ancora oggi sono all'avanguardia nell'industria aerospaziale.
Risparmiami le balle sul mondo felice, please!



"La Chiesa cattolica ha portato ovunque solo ed esclusivamente sviluppo, diritti umani e civiltà (vedi sopra). Tutto quello che ti hanno raccontato sull’inquisizione e sulle crociate è falso, ma qui non c’è spazio per parlarne. Leggiti: Rino Camilleri, "La vera storia dell'inquisizione"


Ah be se lo dice Rino Camilleri...in realtà molti altri storici più quotati di lui hanno raccontato quello che tra l'altro il Vaticano ha sempre cercato di nascondere. Ne "La lunga storia dell'inquisizione. Luci e ombre della leggenda nera" di Franco Cardini e Marina Montesano, la questione viene affrontata, secondo me, in maniera lucida e abbastanza veritiera, tenendo conto dei riscontri storici, senza i quali le parole rimangono tali.



"A proposito: Israele è l’unica democrazia del Medioriente. In Israele gli arabi godono di tutti i diritti, compreso il diritto di voto;  nei paesi arabi gli ebrei vengono ammazzati. Scusa se è poco."

In Iran vive una nutrita comunità ebraica che nessuno, fino ad adesso, ha massacrato. Detto questo nessuno ha affermato il contrario, ma il fatto di essere l'unica democrazia dell'area non da ad Israele il diritto di negare lo stato e la piena indipendenza ad un popolo intero.



"Si vede che tu non frequenti al stampa americana, come faccio io regolarmente. Il New York Times usa gli stessi argomenti della Repubblica e dell’Unità. Michael Moore è un coglione sinistrorso all’altezza di Michele Santoro (http://www.youtube.com/watch?v=c002sHYRy-Q) Negli anni Cinquanta, quando fu soppresso il Pca (partito comunista americano) molti suoi attivisti passarono ad democratici"


Quindi, secondo il tuo spirito democratico, tutti quelli che non la pensano come te sono dei coglioni o dei poveri idioti? Eh si si vede che sei una fan accanita del nostro etico, pluri inquisito, ex piduista presidente del consiglio.
Il fatto che alcuni democratici son stati comunisti non vuol dire nulla, fino a prova contraria gli USA non hanno mai avuto presidenti comunisti e i democratici non sono un partito comunista ne basano la loro politica sull'ideologia comunista, quindi che ti piaccia o no quello che hai detto è una balla. Tu che descrivi il complottismo come una malattia dovresti riflettere in maniera approfondita e pesante, visto che voi liberal-cattolici-papisti sognate i comunisti pure la notte.
Una volta il buon Silvio ebbe il coraggio di dire che Mediaset era in mano ai comunisti....quanto sono cattivi questi brutti e spietati comunisti!



"E adesso basta, che parlare con i comunisti è fiato sprecato."

Hai ragione, è fiato sprecato.

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venerdì, 30 maggio 2008

Risposte razionali a opinioni irrazionali parte1

Girovagando per i blog a volte mi capita di ritrovarmi in posti dove leggo cose assurde, quasi da maniaci invasati. Di solito non commento certi post, ma a volte, quando proprio non ho nulla da fare mi diverto a scrivere un pò. Ecco un esempio:

Scrive reginadistracci (in neretto) e sotto le mie risposte:

"Insomma, nel passato recente gli Usa hanno sostenuto molto generosamente, e molto ingenuamente, quelli che oggi vogliono spazzare via gli Usa dalla faccia della terra"

Tutte balle. Quella che hai scritto tu dimostra esattamente il contrario di quello che credi o vorresti far credere a chi non sposa questa strampalata teoria. Poi dire che ha sostenuto "generosamente e ingenuamente" è una balla bella e buona. Di ingenuo non c'era proprio nulla, gli USA hanno applicato delle strategie geopolitiche in funzione del controllo della regione e della difesa di Israele e dei propri interessi economici e stategici, esattamente come ha fatto l'URSS, ne più e ne meno. Tra l'altro gli USA hanno fatto esattamente la stessa cosa che tu presumi ( e su cui posso essere d'accordo) abbiano fatto i terroristi e i cosiddetti nemici dell'occidente. Saddam lo hanno piazzato al potere loro, lo potevano deporre alla fine della prima guerra del golfo ma misteriosamente lo lasciarono al suo posto, salvo poi ricattarlo per i successivi 15 anni e deporlo definitivamente con una guerra costruita sulle menzogne più grossolane, che mascheravano interessi politici ed economici, con una guerra che ha fatto più di un milione di morti, più di quanti ne abbia causati la decennale dittatura dei Saddam. Quindi spiegami che differeza c'è? Nessuna. Giochi di potere in cui gli USA sono stati partecipi e protagonisti in maniera primaria, sempre con il coltello dalla parte del manico, in nome della democrazia da esportazione, cosa che di certo non potevano vantare ne l'Iraq di Saddam ne tantomeno l'Iran di adesso, quindi agli occhi dell'opinione pubblica lobotomizzata questo ha un certo peso.
Tra l'altro l'ipocrisia della politica occidentale e americana in particolare l'hai illustrata chiaramente tu (per dimostrare cosa? Boh!). Finanziare una dittatura o un gruppo terroristico, per convenienza geopolitica ed economica, e poi ritrovarseli contro e dichiararli necimi da annientare. Tra l'altro con arroganza, visto che quelli che prima si incensavano, poi vengono definiti terroristi o stati canaglia, come se solo gli USA hanno il potere di criminalizzare chi vogliono loro, pur essendo loro, con  il loro 50 anni di politiche di nefandezze e imbrogli, i primi criminali.
Poi i paesi musulmani, ma non solo, non sono poveri perchè Al Qaeda compra armamenti. Pensare che una organizzazione, anche se potente, possa influire sul benessere materiale di oltre un miliardo di persone è semplicemente ridicolo. La gente muore di fame perchè la globalizzazione è stata fatta secondo le regole di chi era già forte e potente. Globalizzazione non vuol dire male a priori, se si intende cooperazione economica e non sfruttamento delle risorse a vantaggio di chi già è ricco. Sarà un caso che l'occidente, che rappresenta meno di un quarto della popolazione mondiale, gestista più della metà delle risorse disponibili?



"Evidentemente i discepoli ritardatari e ritardati di Marx non hanno mai riflettuto sul fatto che nel mondo ci sono miliardi di poveri che non fanno i terroristi. Come al solito, essi scambiano la loro immaginazione con la realtà. Dietro il terrorismo islamista non c'è la povertà ma la ricchezza. Infatti i paesi arabi nuotano nei soldi del petrolio. In secondo luogo, i terroristi di Al Qaida (come i nostrani terroristi rossi) sono quasi sempre dei bravi ragazzi di buona famiglia."

Che i finanziatori del terrorismo siano i ricchi sceicchi o miliardari vari non c'era bisogno che lo dicevi tu. Detto per inciso che i soldi questi simpatici signori li ricevono in primo luogo dall'occidente capitalista affamato di risorse e di energia, che farebbero carte false pure di accaparrarsene, Iraq docet,
i soldi non gli piovono mica dal cielo. Detto questo i miliardi di poveri in giro per il mondo sono la conseguenza primaria innanzi tutto del colonialismo, e poi del capitalismo, come dimostrano casi come la Nigeria, ricca di petrolio, la cui derivata ricchezza per una piccolissima parte ricade sulle poverissime popolazioni del delta del Niger.
Forse se c'è qualcuno che è ritardato non sono di certo i comunisti, ma qualcun altro. Forse non ti è ben chiaro (ma credo lo sai bene) che mai nessuna ideologia o movimento nella storia recente (e credo anche non recente) ha mai coinvolto in maniera tanto radicata le masse popolari come il comunismo. Basta ricordare la rivoluzione in Russia, Cina, Vietnam, Cuba ecc...senza contare i moti e le conquiste sociali che grazie al marxismo sono state possibili anche in paesi dove il comunismo non si è radicato. Sugli effetti reali si può pure discutere, di certo non ha fatto più danni di quanti, nei secoli, hanno fatto il colonialismo, lo schiavismo, l'integralismo cattolico (si è esistito pure quello che ti piaccia o meno) e il capitalismo. Sta di fato che il comunismo, con i difetti delle dittature che spesso hanno estremizzato l'ideologia origianaria di "dittatura del proletariato", hanno comunque permesso la ribalta a paesi prima poverissimi e arretrati.
Poi è quì che nasce l'equivoco: in Italia tutti credono che il comunismo voglia dire solo gay, spinelli, centri sociali, pacifisti.
Tutto parzialmente vero, se non totalmente falso. Nel resto del mondo comunismo vuol dire: patriottismo, anti-capitalismo, socialismo di massa, modernizzazione collettiva.
Poi magari ci saranno comunisti pure fra i borghesi (così come ci sono fascisti o berlusconiani tra il popolo), ma stai certa che la rivoluzione proletaria, nei paesi dove è avvenuta, è sempre partita dal popolo e dalla massa, come hanno dimostrato le recenti elezioni politiche in Nepal, a quasi due decenni dal crollo del muro.
Nel 1989 è caduto ed è fallito il totalitarismo comunista, non certo il comunismo come ideologia, anche se per il futuro la vedo dura.
Se ragioniamo con le date allora si presume che nel 1929 ad esempio, sia crollato il capitalismo, poi risorto, e così via. La storia è fatta di date ma non solo.



" Esasperati, i poveri insorgono in Egitto e in altri paesi musulmani"

Per puntualizzare: l'insurrezione in Egitto è partita dagli operai di una delle più grandi fabbriche tessili del mondo. Di certo non erano viziati borghesi.


"ebbene siate coerenti: chiudete il vostro blog, staccate la connessione ad Internet, spegnere il computer e buttatelo via. Infatti il vostro computer, i programmi che usate, i motori di ricerca e pure la stessa rete Internet, sono prodotti delle sporche-industrie-capitaliste, specialmente americane (Microsoft, Adobe, Google, Yahoo ecc.)"

Che strano infatti io utilizzo Linux e cerco di utilizzare il più possibile software open source, come Linux, Mozilla Firefox, Open Office ecc..prodotti sotto licenza GPL spesso di qualità superiore a quelli commerciali. Non compro vestiti firmati perchè non mi interessano e non me li posso permettere. L'elettronica invece la compro dalle sporche multinazionali perchè non c'è alternativa e internet lo uso perchè al momento è rimasto l'unico mezzo di diffusione realmente libero. Ogniuno fa quel che può, certo se le multinazionali privatizzano l'acqua non posso mica campare senza bere. Che cazzo di ragionamenti sono? Ragionamenti del genere sono sintomo di una ristretta apertura mentale
Non per ricordartelo, ma i successi in campo tecnologico e scientifico ottenuti dall'URSS sono avvenuti senza l'aiuto delle multinazionali. Basta saper utilizzare bene le risorse di cui si dispone, mica c'è bisogno obbligatoriamente dei riccastri imprenditori.



"Nei paesi arabi la gente ama i terroristi non perché ha fame, ma perché viene sottoposta ad un lavaggio del cervello d'odio anti-occidentale dalla mattina alla sera."

Esattamente come secoli fà, faceva la chiesa cattolica in Europa. Detto questo l'odio verso gli occidentali ha radici molto più antiche del terrorismo di Al Qaeda. O forse devo ricordare la dominazione Francese del Nordafrica oppure quella inglese del Medio Oriente o la cacciata dei palestinesi dalla loro terra per fondare lo stato di Israele nel 1948?



"Infatti allora non c'erano ancora i neocons, e gli analisti della Casa Bianca avevano una priorità: configgere l'Urss, che minacciava di anientamento nucleare tutti noi (e adesso sappiamo che è vero, come rivelano i documenti del kgb)."

Ma davvero? Invece gli USA  facevano la guerra fredda con le armi giocattolo e i missili di carta pesta no? Suvvia non diciamo balle, il rischio nucleare c'era per entrambi i lati della cortina di ferro, e gli arsenali si eguagliavano quindi il rischi c'erano per noi quanto per loro. Riguardo a un progettato attacco non potremo mai sapere se da parte americana si stava progettando una cosa simile. Smettiamola di raccontare favole tipo la guerra in Iraq, non scendiamo nel ridicolo.



"Ebbene a quei tempi gli americani pensavano che, pure di configgere i russi, valesse la pena "andare a letto col diavolo", ossia favorire tutti i peggior dittatori arabi."

Tale politica la fanno tutt'ora, come le dittature dell'Asia centrale stanno a testimoniare. Non ti arrampicare sugli specchi per giustificare guerre e politiche disastrose ingiustificabili.



"A quei tempi, oltretutto, gli americani erano completamente digiuni di studi sull'Islam e sottovalutavano completamente il pericolo fondamentalista"

Balle, mi pare che sopra hai ricordato episodi quali la rivoluzione islamica in Iran nel '79 (quando già Saddam era al potere da qualche anno). Per non parlare delle guerre Israeliane con Siria e Egitto degli anni '60. Altro che digiuni.



"Per loro i talebani erano dei simpatici fenomeni folkloristici"

Balle anche queste. Sapevano benissimo che erano dei fondamentalisti, a meno che alla CIA o all'NSA lavoravano degli incompetenti o dei poveri pazzi visionari che avevano il compito di difendere la nazione.



"Anche dopo la vittoria di Reagan, spadroneggiavano i democratici, i quali altro non sono che ex comunisti dalla mentalità molto tezomondista e anti-capitalista"

Mamma mia che cazzata epocale. Detto per inciso che negli USA esisteva ed esiste un partito comunista, per anni vissuto in semi-clandestinità, dire che i democratici sono comunisti è come raccontare una barzelletta. Per piacere non farmi ridere. I democratici non sono mai stati anti capitalisti ne tantomeno terzomondisti, cha corbellerie vai blaterando? Gli anni dello splendore economico degli USA si sono avuti ad esempio durante la presidenza del democratico Clinton, colui che spinse in manira decisa la globalizzazione di massa, altro che anti-capitalista. Con tutto il rispetto, meglio farsi una risata che rispondere a questa stronzata.



"I democratici americani sono un pericolo. Se vince quel sinistrorso, statalista, razzista, filo-islamico (di padre islamico) di Obama, sono davvero kazzy days."

Allora firmiamo tutti una petizione per permettere a Bush di governare in eterno, lui si che è la salvezza dell'umanità.

Ryukkkk alle ore 23:32
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