giovedì, 14 maggio 2009

Biografia di Menachem Begin

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Biografia di Menachem Begin
Tratto da “OP: settimanale di fatti e notizie” di Mino Pecorelli - 16 gennaio 1979

Nato a Brest Litovsk, Polonia, nel 1913.
Nel 1939, all'inizio della guerra, diserta dall'esercito polacco e si arruola in quello sovietico.
Alla fine della guerra, ottiene dall'Armata Rossa l'autorizzazione a recarsi in Palestina per compiere una missione speciale.
In Palestina, per meglio iniziare l'azione terroristica alla quale era stato assegnato dai sovietici, si arruola nell'esercito britannico.
Nel 1946 abbandona l'esercito britannico e aderisce alla Irgun Zvai Leumi, di cui diventa ben presto il capo. Organizza e dirige l'attività terroristica della Irgun, sia contro gli arabi che contro gli inglesi.

Il 25 aprile 1946 guida personalmente un commando che attacca un garage inglese uccidendone tutto il personale addetto.

Il 22 luglio 1946 è alla testa del gruppo di terroristi che fa esplodere l'hotel King David provocando la morte di 97 persone, in gran parte ammalati, feriti, medici e infermiere (l'hotel era adibito a ospedale militare).

Il 1 marzo 1947 uccide due ufficiali britannici in un circolo militare inglese.

Il 18 aprile uccide un passante con una bomba, in una azione intimidatoria terrorista. Due giorni dopo lancia un'altra bomba contro un ospedale della Croce Rossa Internazionale di Gerusalemme.

Il 12 luglio 1947 con alcuni compagni rapisce due sottufficiali inglesi appena ventenni, Mervyn Paice e Clifford Martin: li tortura a lungo e li impicca poi con fil di ferro. Ai due cadaveri lega una bomba che ferisce i soccorritori sopraggiunti.

Tre mesi dopo dirige una rapina ad una succursale della Barclay's Bank e, nel fuggire col bottino, uccide quattro agenti di servizio.

Nel febbraio 1948 dirige un gruppo di terroristi in un attacco contro un ospedale inglese di Gerusalemme: risultato, tre militari feriti vengono assassinati nei loro letti.

Il 10 aprile 1948, il più odioso e più noto dei crimini delle lotte in Palestina: Begin mette a punto e dirige personalmente l'azione di rappresaglia contro il villaggio arabo di Deir Yassin, con l'uccisione a sangue freddo di tutti e 254 i suoi abitanti, compresi i vecchi, gli infermi e i bambini in fasce.

Azioni analoghe saranno volute, da Begin capo del governo di Israele, contro villaggi arabi al di là della frontiera libanese: le vittime, migliaia.


Al terrorista Menachem Begin, venne assegnato nel 1978 il Premio Nobel per la Pace!!!

begin_wantedBegin ricercato dalla polizia per terrorismo


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Simbolo dell'Irgun Zvai Leumi



fonte: disinformazione.it

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mercoledì, 29 aprile 2009

Appello shock : "sequestrate i manager"

Il leader della sinistra radicale tedesca invita gli operai a seguire i francesi.
oskar-lafontaine_1742984Uno spettro s’aggira per l’Europa, lo spettro della protesta violenta operaia contro la crisi e i licenziamenti. E la nuova lotta di classe adattata all’epoca della crisi. Una tattica inventata dalla base sindacale militante francese: il sequestro di manager nelle aziende dove i posti di lavoro sono a rischio.
Minaccia di fare scuola nel Mitteleuropa, il cuore industriale del Vecchio continente. Mentre dirigenti Fiat venivano sequestrati in Belgio, e dopo che da ogni angolo della Quinta Repubblica erano venute notizie di dirigenti aziendali presi in ostaggio da scioperanti infuriati, il più popolare leader carismatico della sinistra radicale europea, cioè il tedesco Oskar Lafontaine, è sceso in campo con tutto il peso del suo carisma incitando gli operai tedeschi a seguire l’esempio di Oltre Reno: a rapire cioè i loro capi e padroni nelle fabbriche minacciate da tagli all’occupazione.
Quello di Oskar Lafontaine, copresidente della Linke (il partito di sinistra radicale nato dall’unione di dissidenti antiriformisti della socialdemocrazia, spd, e della Pds, il partito postcomunista erede del regime della Ddr, Germania orientale) è un appello che preoccupa, tanto più con le elezioni politiche di settembre alle porte. «Quando i lavoratori francesi sono arrabbiati», ha detto «Oskar il rosso» all’emittente pubblica Wdr, «sequestrano i loro manager. Io desidero che ciò avvenga anche qui da noi, affinché i manager si rendano conto della rabbia dei dipendenti e capiscano che la gente teme per la propria esistenza». Ancora una volta, Oskar Lafontaine fa tremare l’establishment. La cancelliera ha reagito con estrema durezza: ha condannato come «assolutamente irresponsabile ogni appello a diffondere panico e a incitare a proteste violente». Il leader della confederazione sindacale (Dgb), Michael Sommer, e la candidata spd alla presidenza della Repubblica, Gesine Schwan, hanno sottolineato di temere conflitti sociali, pur prendendo le distanze da Lafontaine.
Tensioni e sequestri, intanto, si diffondono. In Belgio gli operai della Italian automobile company, legata alla Fiat hanno sequestrato per ore tre dirigenti. In Francia prendere i manager in ostaggio è ormai una tradizione: Il 15 marzo è toccato al direttore locale di Sony, poi a Caterpillar France. Gli operai Continental hanno devastato la prefettura di Compiegne. E ora la Germania e l’Europa intera si chiedono col fiato sospeso in quale azienda arriverà la prossima presa d’ostaggio, la nuova lotta di classe nel mondo globale investito dalla crisi.

Andrea Tarquini Repubblica 26.04.2009


Manager sequestrati, torna di moda il regicidio

Parigi - I “bossnapping”, accettati dalla maggioranza dei francesi, sembrano dare anche risultati. Un’inclinazione a rifare il 1793, si dice a destra. Senza mediazioni, i lavoratori sono indotti a fare da sé. La pratica ha una lunga tradizione
Forse è un vocabolario un tantino esagerato, ma il moltiplicarsi dei riferimenti alla Rivoluzione francese nel dibattito sulla crisi economica la dice lunga sul clima sociale che da qualche tempo si è instaurato in Francia. Sequestri di manager in seguito a piani sociali lacrime e sangue. Azioni di boicottaggio più o meno violente e occupazioni di fabbriche. Il tutto accompagnato da un sostegno deciso dell’opinione pubblica alle posizioni dei sindacati – anche loro presi un po’ alla sprovvista – che si è manifestato fra l’altro in occasione dei due scioperi nazionali di gennaio e marzo che hanno portato in piazza fra i due e i tre milioni di lavoratori. Nonostante i segnali di malessere si traducano sempre più spesso in azioni clamorose, il presidente della repubblica non sembra però incline a ulteriori iniziative.
Per Sarkozy quello che si doveva fare è già stato fatto col piano anticrisi del governo di François Fillon. Punto e basta. Eppure è dalla sua maggioranza che continuano a essere evocati i rischi dell’immobilismo di fronte ad una situazione sociale sempre più degradata. L’ex premier Dominique de Villepin ha osservato che “in Francia esiste un rischio rivoluzionario”.
Il capogruppo della maggioranza all’Assemblea nazionale, Jean François Copé, ha constatato “l’inclinazione dei francesi a voler fare in continuazione il 1793”. Anche Sarkozy ha dovuto ammettere che è difficile governare un “paese regicida”, ma questo non lo ha spinto a fare qualcosa in direzione dei lavoratori. Senza mediazioni, lasciati soli di fronte ad una crisi che si manifesta giorno dopo giorno con nuovi annunci di chiusure e licenziamenti, i lavoratori sono allora indotti a fare da sé. Privi di interlocutori politici, senza un dialogo sociale degno di questo nome e di fronte alla rigidità delle aziende, si stanno diffondendo così le azioni dirette che spesso scavalcano i sindacati. Ad esempio i lavoratori di due filiali di Edf e Gdf, in sciopero da diversi giorni per rivendicare aumenti salariali, sono passati a tagliare gas e elettricità. Circa 70mila cittadini hanno subito black out momentanei e i sindacati hanno preso le distanze da queste azioni.
Ma le iniziative più spettacolari sono stati i bossnapping, i sequestri dei manager. In poco più di un mese se ne sono contati almeno sei. Dopo la Sony, 3M, Caterpillar, Scapa, Faurecia, la scorsa settimana è stato il turno della Fm Logistic, cinque dirigenti della quale sono stati sequestrati per una giornata intera nella sala riunioni del sito di Woippy, a est di Parigi. Obiettivo: costringerli a riprendere il negoziato sulle condizioni di licenziamento. L’azienda ha infatti deciso di chiudere il sito entro il 2010 e di sopprimere i 489 posti di lavoro. Come in quasi tutti i bossnapping precedenti i lavoratori non contestano la sostanza dei piani sociali, ma solo il numero dei licenziamenti e le indennità.
Le “operazioni”, bisogna dire, finora hanno funzionato e in quasi tutti i negoziati i lavoratori hanno ottenuto un aumento delle indennità di licenziamento e, come nel caso della Caterpillar, la diminuzione dei posti soppressi. Il che fa pensare che se il governo non si muoverà, i sequestri continueranno. Due settimane fa Sarkozy aveva condannato i bossnapping, ma le sue minacce non sono servite a fermare il fenomeno né a invertire l’appoggio dell’opinione pubblica. Interrogato dai sondaggisti, il 45 per cento dei francesi ha infatti dichiarato di ritenere “accettabile” il sequestro come metodo di contestazione sociale. Se poi il 30 per cento approva in pieno, è il 63 per cento che giudica quello dei sequestri come un comportamento “comprensibile”. Sulla stessa lunghezza d’onda sono anche i sindacati. Bernard Thibault, segretario generale della Cgt, ha parlato dei sequestri come di “epifenomeni” e ammesso che, “anche se la Cgt non li incoraggia”, spesso “sono organizzati sul territorio in un quadro sindacale”.
I media fanno un gran rumore. I giornali gli danno un gran risalto, ma in realtà in pochi ricordano che il sequestro dei dirigenti da parte dei lavoratori è una pratica che in Francia ha una lunga tradizione. Poco sindacalizzati, e con un dialogo sociale che non è mai stato realmente tale, i lavoratori francesi hanno storicamente un rapporto stretto con l’azione diretta. L’unica differenza tra ieri e oggi sta nel fatto che mentre un tempo si sequestrava per rivendicare i diritti, in questi mesi i lavoratori usano l’arma del bossnapping come strumento difensivo, mossi da un sentimento d’ingiustizia e spesso di disperazione.
“Il sequestro è una pratica ricorrente, che risale ai tempi del Fronte popolare e che è stato ripreso in particolar modo negli anni che hanno seguito il ’68”, ricorda il politologo e specialista del movimento sindacale René Mouriaux. Rispetto a quello che sta accadendo in questi giorni, solo le ragioni e il contesto sono differenti. Negli anni 70 le azioni erano “offensive, per la conquista di nuovi diritti” nel contesto della crescita dei “Trenta gloriosi”, il trentennio del boom. La radicalizzazione che si può costatare oggi è invece dovuta alla difesa del lavoro. “Si tratta di conflitti difensivi in una congiuntura economica molto degradata in settori di attività e in bacini di lavoro a loro volta degradati”, spiega il sociologo Jean Michel Denis. Azioni della “disperazione” quelle alla Caterpillar o alla Sony, in linea col conflitto alla Cellatex, dove nel 2000 i lavoratori avevano minacciato di far saltare la fabbrica di Givet, nelle Ardenne, per ottenere un aumento delle indennità di licenziamento.
Qualcosa è evidentemente successo però, perché negli ultimi dieci anni “le lotte si erano intensificate ma non radicalizzate”, dice Jérome Pélisse, specialista dei conflitti del lavoro dell’università di Reims. Tra il 2003 e il 2004 ad esempio, i sequestri o le minacce di distruzioni di beni non hanno rappresentato che l’un per cento dei conflitti. “Al contrario tra il ’98 e il 2004 sono aumentati gli scioperi brevi e le forme di lotta senza interruzione del lavoro: petizioni, rifiuto degli straordinari e così via”. Secondo l’esperto i sequestri di questi giorni servono per “ridare un corpo e una figura a chi prende le decisioni. I luoghi del potere si erano diluiti e i salariati non avevano più presa su chi decide”. I sequestri tendono a confutare allora la convinzione che si era diffusa negli ultimi anni che nessuno era più veramente responsabile delle decisioni economiche, “come se esse si fossero imposte automaticamente”.
Per Pelisse la violenza simbolica esercitata sul manager non è allora che la risposta alla violenza che subiscono i lavoratori quando vengono licenziati, “una violenza sociale e invisibile”. Sequestrare il padrone, dice Isabelle Sommier, direttrice del Centro di ricerche politiche della Sorbona, “appare allora come un sussulto di dignità per attirare l’attenzione sulla propria sorte ingiusta”. Per Michel Ducret della Cgt il bossnapping è “la forma d’azione dei lavoratori che sono, alla fine, senza fiato”, e, aggiunge Nicolas Benoit, della Cgt Catarpillar, “noi sindacati siamo un po’ scavalcati da questa collera che monta”.
Secondo Guy Groux, ricercatore del Centro studi sulla vita politica francese, non ci sono dubbi che “con la successione di piani sociali questo tipo di pratiche si estenderà, tanto più che può rivelarsi efficace”. Se le grandi manifestazioni di piazza e gli scioperi nazionali indetti unitariamente dai sindacati non smuovono il governo di un passo, “le lotte radicali localizzate, frutto della disperazione”, finora hanno ottenuto risultati concreti.

Luca Sebastiani Rassegna 25.04.2009

Ryukkkk alle ore 01:10
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"Tutte le cubane sono puttane"

Gennaro Carotenuto 12 aprile 2009

Fernando Ravsberg è il corrispondente dall’Avana della BBC. L’articolo che segue risiede in originale sul dominio del servizio pubblico inglese. Lo traduco e lo pubblico per un paio di motivi che considero buoni. Il primo è che parla di Cuba e delle donne cubane come chiunque conosca e ami Cuba parla, ovvero esattamente all’opposto di come ne parlano le orde di sficati che non escono da Varadero e dalla Habana vieja e credono di avere il diritto di comprare tutto (anche le persone) solo perché hanno nel portafoglio uno stipendio europeo. Il secondo motivo è che un articolo come quello di Ravsberg non sarebbe pubblicabile su nessun giornale italiano. I giornalisti italiani neanche pensano di poter esprimere opinioni eterodosse su Cuba (gc).

“Tutte le cubane sono puttane”, mi sputò con disprezzo un parrocchiano in un bar di Barcellona appena sentì che io vivo a Cuba. Tale generalizzazione mi è sembrata infame, anche se debbo riconoscere che è un pregiudizio molto diffuso.
Così si percepisce Cuba dagli hotel e dai centri turistici circondati di prostitute a caccia di maschi “di successo”, di quelli obbligati a fare un viaggio di 5.000 km per poter avere una relazione sessuale, che inoltre sono costretti a pagare.
Molti si sorprenderebbero se sapessero che a Cuba il sesso è una delle poche cose gratuite e non razionate. Non deve essere confortante per l’ego mascolino rendersi conto di aver pagato per qualcosa che tutti i cubani fanno per piacere.
Non pretendo criticare le “jineteras”, ho un paio di buone amiche che si dedicano al mestiere e sono per me altrettanto rispettabili come qualunque altra donna. Ma anche loro sarebbero concordi nell’affermare che rappresentano un’infima parte della popolazione femminile cubana.
Nel mio quartiere ci sono decine e decine di ragazze, alcune di quelle sono state amiche e addirittura fidanzate dei miei figli e solo conosco tre o quattro prostitute. Tutte le altre lavorano o studiano, si innamorano di un cubanito e vanno alle feste sedute sul cestino della bicicletta.
Potrei raccontare centinaia di aneddoti di donne cubane che lascerebbero a bocca aperta a molti di questi sociologi da bar, perché quasi tutte nelle loro relazioni personali mettono davanti al denaro l’amore e il sesso.
Conosco una donna sposata con un imprenditore spagnolo. Vivevano a Madrid finché in uno dei suoi viaggi nell’isola conobbe un ragazzo cubano, lavoratore manuale, con il quale adesso ha dei figli e sembrano felici nonostante le tessere del razionamento.
Immagino che all’ex marito possa risultare difficile capire che lei abbia preferito rinunciare a tutte le comodità che aveva in Spagna per tornare a vivere come una cubana qualsiasi combiando tutti i lussi materiali con i semplici piaceri dell’anima e della carne.
In ogni modo è ben difficile che le difficoltà buttino giù una donna cubana. Queste sono state il principale sostegno familiare durante la crisi economica degli anni ‘90, quando bisognava inventare per cucinare senza alimenti e lavare senza sapone.
In quegli anni si convertirono in una specie di “Gesù Cristo domestico” che facevano il miracolo di moltiplicare pani e pesci perché la famiglia trovasse ogni giorno a tavola il necessario per sopravvivere.
E tutte dovettero farlo mentre contemporaneamente si sviluppavano nel lavoro, già che il 65% dei professionisti e tecnici a Cuba sono donne, molte delle quali danno importanti contributi alle scienze, le lettere, le arti, lo sport.
Sono donne inoltre più della metà di tutto il personale della salute –medici, infermieri e tecnici- che prestano aiuto ad altri paesi, quelle che girano per le montagne del Pakistan, per le selve del Guatemala e per i quartieri poveri di Caracas.
E’ vero che sono un po’ differenti rispetto alle altre donne del continente. Hanno un tasso molto alto di divorzi, considerano l’aborto come un diritto e non sentono che il sesso sia peccato e pertanto fanno l’amore senza sensi di colpa.
La moda non governa le loro vite né l’età le limita, si mettono quello che a loro piace e nessuno le critica, si innamorano perfino nella terza età quando molte delle loro sorelle nel mondo pensano che il loro unico destino sia crescere i nipoti.
Sono madri molto amorose, nella coppia indipendenti, professionalmente creative e molto passionali. In generale non sono donne che si possano comprare e nemmeno tra le prostitute, quelle che si affittano, è difficile trovarne una che si venda.
E’ che una donna cubana non è mai del tutto di uno, sceglie ogni giorno della sua vita con chi stare e se il suo compagno aspira a essere rieletto dovrà darle la passione e l’amore che merita. Per loro cambiare uomo non è un trauma.
Non pochi stranieri hanno sofferto una disillusione quando hanno provato a comprare una donna a Cuba. Adesso, nel mezzo della solitudine di un bar, non riescono a capire in che cosa hanno fallito, però masticano e sputano veleno, a chiunque possa sentirli che: “tutte le cubane sono puttane”.

Ryukkkk alle ore 00:57
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Il socialismo alla prova dei gulag. Tanti drammi per un simile risultato?

Guido Liguori Liberazione 10/04/2009
"Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" di Domenico Losurdo. La biografia del dittatore tra scelte violente e politiche realiste.
seli8n14Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate? Nel suo ultimo libro (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, pp. 382, euro 29,50) Domenico Losurdo opta per la seconda risposta. E' una tesi controcorrente e già per questo il libro è da leggere: opponendosi al "senso comune" prevalente fa pensare e induce a problematizzare ipotesi storiografiche che si danno ormai per acquisite.
Quale è l'idea di fondo di Losurdo? Le tesi interpretative del fenomeno staliniano che più hanno inciso - Trockij, Chruscev, Hannah Arendt - sono state determinate dalla lotta politica interna al campo comunista o dalla Guerra fredda. Da qui un «ritratto caricaturale» di Stalin che sottovaluta radicalmente il contesto concreto del suo operare. In questo contesto l'autore fa rientrare non solo la "lunga durata" della storia russa (i conflitti medioevali nelle campagne, l'odio per gli ebrei, il banditismo nato dalle carestie), non solo lo "stato d'eccezione" in cui si collocò l'esperienza sovietica, ma anche i lati deboli dell'ideologia marxista, un «universalismo incapace di sussumere e rispettare il particolare», le tendenze escatologiche che volevano abolire in tempo rapidi proprietà privata, nazione, famiglia, ecc.
Lo stesso Gulag si espande con la «collettivizzazione forzata dell'agricoltura». Come si spiegherebbe la cruciale svolta del '28-'29? Dopo il trattato di Locarno, il riavvicinamento Francia-Germania, il colpo di Stato di Pilsudski in Polonia, la rottura delle relazioni commerciali e diplomatiche da parte del Regno Unito, i militari sovietici lanciarono l'allarme: il pericolo di guerra aumentava, bisognava industrializzare e garantire la fedeltà delle campagne. Dopo la «notte di san Bartolomeo» (Bucharin) contro i contadini, Stalin avrebbe cercato di tornare alla normalità, tanto che Trockij nel 1935 lo accusò di «liberalismo» e di «abbandono del "sistema consiliare"», di «ritorno alla "democrazia borghese"». In effetti Stalin - per far decollare la produzione - si batte contro il «livellamento "sinistroide" dei salari», contro l'egualitarismo, e propugna una nuova Costituzione, come si sa poi rimasta sulla carta. Di nuovo irrompe infatti l'emergenza, e il terrore: Losurdo - che parte dall'esame di una letteratura internazionale molto amplia, e "anti-stalinista" - accredita il fatto che l'opposizione trockista fosse un "pericolo" reale ancora nella prima metà anni '30.
Dopo la guerra, ancora, Stalin dichiara che la dittatura del proletariato non era l'unica via al socialismo, non era obbligatoria nei paesi dell'Est europeo. Ma poi irrompe la Guerra fredda e la sicurezza nazionale dell'Urss riprende il sopravvento.
Di contro alla "cattiva" eredità dell'"utopismo" marxista Stalin impara dunque - per l'autore - la «vacuità dell'attesa messianica del dileguare dello Stato, della nazione, della religione, del mercato, del denaro, e ha altresì direttamente sperimentato l'effetto paralizzante di una visione dell'universale incline a bollare come una contaminazione l'attenzione prestata ai bisogni e agli interessi particolari di uno Stato, di una nazione, di una famiglia, di un individuo determinato». Ma - questo il suo limite per Losurdo - la lotta contro «l'utopia astratta» si ferma più volte a metà strada, per non entrare in totale rotta di collisione con alcuni degli assunti di fondo della cultura marxista e comunista. Insomma, nei tre decenni di "stalinismo" i ripetuti tentativi fatti da Stalin di abbandonare lo stato d'eccezione per tornare a una relativa normalità sarebbero stati frustrati sia dalla situazione internazionale, sia dall'utopia astratta presente nel marxismo, alimentata dall'opposizione interna. Con questa lettura di fondo, Losurdo dedica molte pagine a demolire la "leggenda" chruscioviana legata ai successi militari dell'invasore nazista; a sottolineare l'attenzione prestata da Stalin alle diverse "nazionalità"; a lodare il "realismo" stalinista a fronte delle tendenze di sinistra che volevano il superamento dello Stato, della famiglia, del denaro.
Losurdo riconosce e condanna la svolta brutale nel sistema concentrazionario che si ha nel '37. Ma sottolinea come nel Gulag sovietico non vi fosse volontà omicida, e dunque non sia possibile l'accostamento ai lager nazista: quando muoiono a migliaia nel Gulag, durante la guerra, muoiono di stenti a migliaia anche nel resto dell'Urss.
E' difficile seguire Losurdo, con la necessaria competenza critica, in tutte le pieghe del suo discorso. Alcune delle sue tesi (la critica al concetto di «totalitarismo», il rifiuto di considerare le decisioni del vertice sovietico come irrazionali, il richiamo al contesto storico) appaiono convincenti. Ciò che non convince è un discorso troppo portato a vedere sempre nella soluzione adottata la migliore delle soluzioni possibili e a sottovalutarne l'effetto disastroso sulla politica dell'egemonia (vedi la rottura dell'alleanza leninista operai-contadini) e nella costruzione stessa di una idea espansiva di socialismo. Si prenda ad esempio il Gulag: può uno Stato che si vuole socialista creare un sistema concentrazionario così vasto, in cui (anche se non sempre e ovunque) vi furono condizioni di vita - secondo le parole dello stesso Vysinskij, che Losurdo riporta - che ridussero «gli uomini "a bestie selvatiche"»? Non è già questo fatto una macchia indelebile per uno Stato che si voglia socialista?
Non consola sapere che peggio fece - per fare un esempio - il Regno Unito con gli irlandesi o con i deportati in Australia: ciò che ci si aspetta da un sistema che fa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo la sua legge non è giustificabile per uno Stato che nasce per combattere tale sfruttamento e tutto ciò che di "bestiale" vi è nell'umanità. E ancora: la situazione oggettiva aveva indotto a irrigidire l'organizzazione del lavoro, a rinunciare a un nuovo modo di intendere i rapporti tra i sessi, al superamento graduale dei limiti nazionali. Ma a questo punto non viene da chiedersi: valeva la pena di fare una rivoluzione? A cosa è servita?
Credo di conoscere la risposta di Losurdo: enorme è stato comunque il sussulto di liberazione, milioni di persone si sono così liberate dal Medio Evo e dal colonialismo, in tutto il mondo. E' vero, e dunque viva la Rivoluzione russa! Ma sembra giusto anche concordare con quanto ha scritto Giuseppe Prestipino sull'ultimo numero di Critica marxista (2009/1): seguendo Losurdo arriviamo alla conclusione che nel '900 il socialismo era impossibile.
Resta la domanda se le scelte fatte nel corso del primo e fallimentare tentativo di costruzione del socialismo abbiano costruito almeno le basi per ritentare l'esperimento nel nuovo secolo o siano oggi un ostacolo in più per chi ci voglia riprovare. Da questo punto di vista lo storicismo giustificatorio di Losurdo - pur avendo alcune ragioni - sottovaluta la possibilità stessa di una alternativa rispetto all'effettivo svolgimento storico: un politico realista può anche diventare un mostro sanguinario, uccidendo così di fatto, ugualmente, la creatura che "con realismo" si propone di proteggere. E se ogni volontà di cambiare anche la qualità della vita quotidiana, i rapporti tra i generi e tra gli esseri umani, le gerarchie e l'alienazione dentro e fuori la fabbrica viene bollata come «utopismo escatologico e anarcoide», non si troveranno facilmente le forze, le volontà, le soggettività per riprendere il cammino.

Ryukkkk alle ore 00:53
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48 anni fa, il volo di Jurij Gagarin

Riccorenza del 11 Aprile 2009
1Il Colonnello Jurij A. Gagarin nacque in una fattoria in una regione a Ovest di Mosca, il 9 marzo 1934. Suo padre era un carpentiere. Jurij frequentò per sei anni la scuola locale, poi continuò propria educazione presso scuole tecniche.
Gagarin entrò nell'Aviazione russa nel 1955 e si diplomò con onore all'Accademia Aeronautica Sovietica nel 1957. Poco dopo, divenne un pilota militare. Nel 1959 fu selezionato per essere addestrato come cosmonauta, insieme al primo gruppo di cosmonauti sovietici.
Yuri Gagarin andò soltanto una volta nello spazio. Il 12 aprile 1961 fu il primo essere umano a orbitare attorno alla Terra. La navicella di Gagarin, la Vostok 1, girò attorno alla Terra alla velocità di 27.400 chilometri l'ora. Il volo durò 8 minuti. Nel punto più alto, Gagarin si trovò a circa 327 chilometri sopra la superficie terrestre.
Una volta in orbita, Jurij Gagarin non aveva controllo sulla navicella. Il rientro della Vostok era controllato da un computer a terra, che inviava comandi radio alla capsula. Anche se i controlli erano bloccati, era stata messa una chiave dentro un contenitore sigillato, in modo che in caso di emergenza Gagarin avrebbe potuto prendere il controllo manuale della navicella. Come programmato, Gagarin venne espulso dopo il rientro della capsula nell' atmosfera terrestre e atterrò con un paracadute.
Il colonnello Jurij Gagarin morì il 27 marzo 1968, quando il MIG-15 che stava pilotando si schiantò vicino a Mosca. All'epoca della sua morte, Jurij Gagarin faceva il pilota collaudatore ed era in fase di addestramento per la sua seconda missione spaziale.
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Ryukkkk alle ore 00:45
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